Libel Seva “UNA CHEMIO PER AMICA”

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Dalla biopsia sono caduta nella terapia. Questo significa che, da una vita di cure unicamente omeopatiche, sono caduta in un percorso di chemioterapia. Un percorso che mi da sollievo perché mi salva la vita, ma che mi fa paura perché mi sembra aggredisca profondamente il mio corpo.

La scelta è indiscussa, senza esitazione ho preso la via della medicina tradizionale. Ho bisogno di certezze e di risultati immediati, i 30 cm di massa nell’addome non mi permettono altro. Poi farò rientrare l’omeopatia per lavorare sugli effetti collaterali. Da sempre, oltretutto, credo nella medicina integrata, adesso è il momento di farne uso.

Ma ho paura anche solo della parola “chemio”. So che presto il mio corpo non starà male per il K ma forse per la cura che lo combatte.

Eppure so che devo farmi amica questa cura. Deve essere una mia alleata. Se ne ho paura come  fosse un nemico, l’effetto sarà un organismo teso e contratto e una mente spaventata che rischiano di rendere meno fluido il lavoro del farmaco e di farmi stare ancora più male. Non è esoterismo, abbiamo una parte di sistema nervoso che ci aiuta a digerire ed accettare, che fa rilassare il corpo. A quella parte mi devo appellare, grazie anche a due grandi alleate, la meditazione e la respirazione, che stimolano e rendono attiva questa parte.

Le due alleate mi aiuteranno anche a gestire gli effetti collaterali. Non posso evitarli, ma posso andargli incontro, in qualche modo renderli parte di questa fase di vita.

Poi una scoperta inattesa: il mio GIST si cura con una chemio orale, 4 capsule che prenderò ogni giorno, per un periodo minimo di tre anni, inframmezzati da un’operazione quando la massa sarà ridotta ai minimi termini.

Non è la cura devastante che immaginavo, ma sicuramente non è un gioco. Mi si prospetta una lista immensa di effetti collaterali, mancano solo il ginocchio della lavandaia e il sonnambulismo. Oltretutto prendere per tre anni 400 mg di qualsiasi cosa avrà degli effetti non buoni sul corpo – anche fossero anche 400 mg di zenzero candito.

Osservo il mio farmaco: il nome della molecola mi richiama Imhoptep, medico dell’Antico Egizio elevato al rango di dio della medicina. Quindi, almeno simbolicamente, sembra avere un nome ben promettente. Ma ho ugualmente paura. Sento già un senso di nausea solo a pensarci, mi si chiude lo stomaco. Ho bisogno di qualcosa che mi rassicuri….

Preparo le prime 4 capsule, messe in fila come soldatini, mi farà notare una cara amica. tazza

Riempio d’acqua una tazza che mi ha regalato mio figlio per l’occasione. C’è scritto “Namasté bitches” (poco elegantemente, significa Namasté sto K…). Nella sua saggezza, mi ha voluto aiutare a sdrammatizzare questo periodo, perchè ridere è fondamentale per guarire.

Dal primo giorno, decido di dedicare uno spazio speciale al mio farmaco: diventerà parte di me, e allora lo accolgo. Quasi spontaneamente, nasce un rituale,  una sorta di benedizione per tranquillizzare me, la mia mente e il mio corpo, per accogliere al meglio questo farmaco e permettere al corpo di farne il giusto uso, per poi sbarazzarsene. E questo rituale mi accompagnerà, diventando parte della mia vita, per i prossimi tre anni.

Ogni giorno, a metà pranzo, mi alzo e vado sul mio tappetino. Mi raccolgo nel respiro, e vibro un mantra di protezione vibrato a voce alta. Poi vibrato mentalmente per ogni capsula ci butto giù. Poi il ringraziamento finale: a chi ha studiato quel farmaco, a chi lo produce, a chi me lo ha prescritto. Perché è grazie a queste persone che io sono qui e posso pensare di guarire. Chiudo con il Sat Nam, il mantra che significa vera identità – perché passare attraverso la malattia ti porta verso la tua vera natura.

Quindi, adesso la scatola del Dio Egizio trionfa nel luogo dove pratico, insieme a libri, appunti e incensi. E’ uno strumento di benessere e di vita, non è solo un farmaco. Costi quel che costi. Perché questa medicina è una mia amica.

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Libel Seva “LA LUNA, IL MISTERO E LA TAC”

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Dopo la scoperta di  una massa invadente   nel mio addome,  arriva la necessaria  TAC per capirne l’origine. In poche settimane mi sono trovata bloccata a letto per un’immensa ciambella attorno alla vita. Nonostante tutto fisicamente sto bene,  anche  se il mio equilibrio inizia risentirne. Yoga e Meditazione diventano, quindi, sempre più necessari.

E’ la notte prima della TAC, verso le tre mi sveglio per una luce forte negli occhi. C’è un plenilunio incredibile, che rende lo spazio irreale e cambia i colori.  E’ una luna piena dal colore rosato, trasmette  uno strano miscuglio di inquietudine e serenità, e, tutto sommato, descrive bene la dimensione irreale in cui mi trovo da quando tutto ruota attorno a questa massa. Resto sveglia, mi dedico alla meditazione, leggo e scrivo con questa luce speciale, fino a quando non arriva l’alba, e quindi il momento di andare in ospedale.

In realtà, non ho mai fatto una TAC, quindi ho il terrore degli effetti del liquido contrasto. Lo immagino come una sorta di tortura dove mi iniettano qualcosa che mi farà stare male, con nausea, dolore, fuoco nelle vene, aiuto! La TAC invece, con mia sorpresa, passa tranquilla… Anche perché ho letteralmente cantato per tutto il tempo un mantra di protezione del Kundalini Yoga, il  Mangala Charan, per essere sostenuta da una saggezza universale, più grande di ogni mia paura.

Ma il risultato non cambia. I famosi 30 cm  (Rocco Siffredi, tiè!) sono confermati,  continua a non vedersi l’organo da cui origina la massa, e non si capisce altro. E’ un mistero che  sembra sempre più preoccupante. Prossimo passo, la biopsia.

Pochi giorni d’attesa, e intanto, con nonchalance, le persone attorno  mi chiedono come sto, mi mandano regali, messaggi e coccole. Il Fattore K è già balenato nelle loro menti e mi stanno monitorando per coglierne le possibili manifestazioni. Anche se domina una certa perplessità perché, nonostante la massa immensa mi blocca al letto, c’è anche il mistero del mio quadro clinico inspiegabilmente ottimo. Infatti:

  • Il mio organismo continua a funzionare normalmente. La riprova sono delle perfette analisi del sangue, il vero enigma. Sono talmente buone che un medico dirà “Ma sono migliori delle mie!”.
  • Una bella fame da lupo. Arrivano provvidenziali  le mie abruzzesi  fuorisede con  (rispettivamente) una teglia di lasagne e uno strudel pescarese; le mie vicine con marmellate e pancakes; la mia amica amorevole con crostata gourmet, succhi bio, semi oleosi (e begonia!)
  • Tanta energia per la vita sociale, con brunch domenicali e té pomeridiani, lunghe chiacchierate al telefono con le amiche lontane,  mail e chat. Sembra quasi che stia in vacanza!

Scherzando, attribuisco questo  mistero alla mia tempra di runner: forse il sistema corpo-mente ha letto lo scombussolamento da massa come qualcosa di non diverso dallo scombussolamento dell’allenamento da maratona? 

In realtà, dentro di me, c’è l‘inquietudine della luna piena perché il senso del mistero  inizia a minare il mio equilibrio.  Mi tengo stabile con quelle tre ore distribuite durante giorno in cui chiudo gli occhi per meditare e praticare yoga, che, nel mio caso, vuol dire semplicemente stare nella posizione di rilassamento, Shavasana. Il nome significa “cadavere” ma, in via superstiziosa, uso sempre il nome in sanscrito. Metto il corpo in relax, soprattutto con Shavasana Restorative sul fianco, sostenendo gambe e petto con i cuscini. Piano piano la mente si ferma, finisco in uno spazio vuoto e rassicurante, caldo e piacevole, che mi porta attraverso i giorni e l’attesa.

Sul diario di quei momenti ho scritto che “abito Shavasana”, uno spazio sicuro dove la massa sa di non avere potere (..continua)